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Granchi azzurri

Sono nata quando mancavano 5 minuti alla mezzanotte. Alle 7 del mattino hanno autorizzato l’uscita di mia madre con la neonata. Alle 8 del mattino mia madre, madre per prima volta, ha mangiato delle uova rotte con un po’ di sale e un po’ di pepe con mezzo bicchierino di succo d’arancia appena spremuta. Quello che mia madre non sapeva e non poteva neanche pensare, era che a casa la mattina del 27 di dicembre del ’88 non c’era niente da mangiare e non c’erano neanche due soldi per comprare qualcosa. C’era solo un’arancia che cominciava a marcire. Mio padre disperato per la triste situazione di non avere niente da dare da mangiare alla sua giovane donna che aveva appena partorito per prima volta, è uscito al giardino a fumare una sigaretta. Fra le lacrime che gli riempivano gli occhi vede che il morrocoy esce dalla sua tana, e dietro al fondo del piccolo buio vede il bianco delle sue uova. Con quelle due uova e l’arancia che rimaneva solitaria ha alimentato la sua donna. Mia madre non sapeva neanche che la settimana prima del parto, quando mio padre tornava da un lavoro vicino alle piantagioni di platanos, e attraversava la grande palude di Santa Marta, aveva sentito furia e impotenza quando un migliaio di granchi enormi azzurrissimi di pinze bianche ha deciso di attraversare l’autostrada e nessuna delle macchine che a quell’ora della notte passavano a 120 Km/h si è fermata, generando la strage più grande che mio padre abbia mai visto. Ma né l’idea della lontananza da se stesso e il corpo dei granchi che stavano per morire, né il rumore dei loro corpi spezzati sotto le ruote gli ha spezzato il cuore tanto come quello che ha visto appena è arrivato il suo turno di passare. Alcuni metri prima di arrivare sul luogo della strage, ha rallentato la macchina. Ha notato che ormai erano più i granchi schiacciati che quelli che passavano. Quando finalmente si è fermato del tutto, i fari della macchina hanno illuminato una scena che non se ne sarebbe più andata via dalla sua mente: i granchi che rimanevano si erano alzati con le ultime zampe e hanno alzato le pinze in modo di difesa. Come se potessero essersi difesi da lui, da noi. Con la macchina ferma e fermando le poche macchine che venivano dietro, ha aspettato che attraversassero gli ultimi e ha continuato. Un mese dopo la mia nascita, un giorno che mio padre è andato per lavoro nelle vicinanze di Mompox, lungo il fiume Magdalena, mia madre e mia nonna si erano messe d’accordo per portarmi alla chiesa di San Rocco. Il vento che arrivava dal nord pareva voler portar via il tetto della chiesa, le borse, i vestiti. Mia madre mi aveva avvolta bene e mi proteggeva con tutto il suo corpo dal forte vento. Quando sono arrivate alle porte della chiesa, il sagrestano che stava andando via chiudendo la porta, ha detto alle due signore che non potevano più entrare. Mia nonna, che aveva una missione da compiere, gli ha chiesto gentilmente di aprire la porta, perché erano partite da molto lontano solo e unicamente per raggiungere quella chiesa, perché in quella chiesa era custodito il Divino Bambino. Il sagrestano, a quel punto convinto, aprì la porta e le ha accompagnate. Arrivate alla presenza della grande statua, mia nonna mi ha preso in braccia, mi ha tolta tutti i vestiti e con entrambe mani mi ha alzata verso l’alto ringraziando il fatto di essere nata sana. Mio nonno aveva fatto costruire una piccola bambola d’oro che hanno agganciato al dito anulare della mano sinistra del divino bambino. In quell’enorme fattoria dove mio padre era stato quello stesso giorno saremmo andati a vivere, io, mio padre e mia madre, qualche mese più tardi. Ci saremmo poi fermati due anni. In quello spazio strappato alla selva c’erano alberi altissimi. I loro rami si stendevano larghi e lunghi verso il basso e verso i lati, e un solo albero poteva dare un’ombra di 40 metri di diametro. Alla stessa ora, verso le 5 del pomeriggio, arrivavano centinaia di scimmie urlatrici. Riempivano gli alberi che c’erano intorno alla casa, e scendevano a bere l’acqua che mio padre preparava per loro. A quell’età pensavo che con quei suoni potevo comunicare con i miei. Qualche mese dopo il mio primo compleanno mia madre è rimasta incinta per seconda e ultima volta, di mio fratello. Quando era al suo quinto mese, abbiamo dovuto viaggiare alla città in un piccolo aeroplano completamente meccanico che si muoveva con qualsiasi brezza, dall’alto vedevamo gli alberi dove abitavano le scimmie, abbiamo visto la palude dove un anno prima c’era stata una delle più grandi stragi di granchi della storia. Al ritorno dalla città, mio padre si è fermato a parlare con uno dei contadini vicini: erano preoccupati per diverse situazioni sospette accadute nell’area. Mia madre ha proseguito, con me per mano e mio fratello nella pancia. Quando è entrata in casa ha trovato una donna sulla quarantina, completamente nuda, che gridava di terrore con gli occhi spalancati. Con grande spavento, mia madre mi ha chiusa in camera e le ha trovato una maglietta lunga, ma la donna era completamente fuori dalla sua umanità. È scappata correndo e si è persa nella giungla. Mio fratello, che tutti pensavano sarebbe stato una bambina, a cui mia nonna paterna avrebbe suggerito il nome di Ramona, è stato un bambino. Una settimana dopo la sua nascita siamo tornati alla fattoria vicina al fiume dove abitavano le scimmie. Sono trascorsi quasi due mesi, quando una sera è arrivata la guerriglia. I lavoratori hanno avvertito mio padre e gli hanno suggerito di mandar via mia madre con i due bambini sull’aeroplano, ma lei si sentiva incapace di viaggiare da sola con una bambina di 2 anni e un bimbo di quasi due mesi. Mio padre ha preso la macchina ed è partito con la sua famiglia alle 2 di notte verso la città, 7 ore di strada suddivise attraverso una sosta in un blocco militare per riposare tranquilli prima di poter continuare. Uscendo dalla zona si sono sentiti degli spari e non siamo mai più tornati a Santana. Oggi, io e mio padre siamo passati dalla palude e abbiamo visto che le numerosissime mangrovie che la popolavano sono completamente morte. Rimangono i cadaveri bianchi di alcune di loro; di altre, le più vecchie, rimangono soltanto pezzi di tronchi solitari. Mi ha detto mio padre che quelle mangrovie erano piene di pappagalli colorati, scimmie di diversi tipi e che mai più si sono visti quei granchi azzurrissimi dalle pinze bianche.

Oreztar Sud

Quiero contarles de un encuentro particular que tuve algunos años atrás y del cual aún no logro recuperarme. Quiero aclarar que cuando digo “recuperarme” no me refiero al recuperarme de un daño, sino de una impresión enigmática. Todo sucedió al sur del sur, tenía una cita a las 9:35 de la noche en un no-lugar, un observatorio astronómico situado entre dos pequeñas localidades: a 40 minutos en carro de un caserío donde habitan cuatro familias y a una hora y media del siguiente pueblo, de apenas 300 habitantes. Yo provenía de la capital, una gran metrópolis de más de 10 millones de personas, tomé el autobús 32 horas antes y atravesé en esas 32 horas unos 1700 kilómetros. La indicación que tenía era bajarme en Oreztar, en la vía a Imangú, según la invitación el conductor del autobús debía saber la ubicación del lugar. Efectivamente así fue. Cuando el conductor se detiene y anuncia Oreztar, a eso de las 9:15, me levanto sobresaltado y me doy cuenta que soy la única persona que debe bajar en este paraje. Tomo la mochila que había depositado en el compartimiento superior, y noto cierto estupor en los rostros de las 7 personas que viajaban en el mismo bus. Veo por la ventana pero no se ve nada, sólo la oscuridad de la noche, se me hizo extraño. Estando a punto de bajar, el conductor abre la puerta y un frío visible entra como una ráfaga, apenas pasa, trato de vislumbrar el lugar. Un escalofrío me corre por el cuerpo y no precisamente por las bajas temperaturas. Miro al conductor buscando sosiego, él sólo responde “Oreztar”. Trago en seco y bajo del autobús, que no habiendo puesto un pié en la carretera húmeda, arranca, dejándome abandonado a mí mismo. Las luces rojas se alejan pintando a su paso el paisaje de un tenue color rojizo violeta. Tomando la última curva que se perdía detrás de la colina, el conductor sonó el pito, como despidiéndose, como diciendo “ahora te quedas sólo”. Terminada la curva, el autobús, la luz rojiza violeta, los 7 pasajeros y el conductor, eran ya parte de otra realidad. Ahora sí, mi realidad: pequeñas montañas calvas se levantan de la tierra a mi izquierda “al norte”, al fondo de mi visión “al oriente”, detrás de mí “al occidente” y a mi derecha “al sur” las montañas se abren cada vez más, tanto que al fondo se logra ver el horizonte recto. Hay árboles, pero sobre todo hay cactus, poca vegetación. Hay una cruz en la cima de la montaña que está delante de mí, y justo detrás una luna menguante ilumina débilmente el cielo. Debajo, veo cuatro cubos blancos, que con un esfuerzo visual puedo pensar que son casas, y probablemente el lugar de mi cita. La invitación decía que debía dirigirme a la segunda casa. Eso hago. Mis pies van dejando huellas en la arena, estoy en una especie de desierto helado. Al llegar al lugar, noto que los cubitos eran eso, cubos blancos o casas sin ventanas, sólo una puerta. Me dirijo a la segunda casa, toco a la puerta, pero nadie abre. Espero unos minutos y lo intento de nuevo, mientras tanto las articulaciones de mis dedos se congelan por el frío, no hay respuesta. Voy a la primera casa, no hay respuesta. En la tercera logro ver una delgada línea de luz que marca el contorno de la puerta, la desesperación hace me hace tocar la puerta en un modo brusco, pero no me percato de ello. Alguien abre a la puerta. Aparece una mujer de unos 80 años, aunque a decir verdad aparenta unos 60, su piel es tersa aunque tenga arrugas y su pelo brilla y es abundante aunque sea completamente blanco. Está temblando. En su rostro veo angustia, ansiedad, rabia, irritabilidad. Me habla en una lengua extraña, casi gritando, disparando sílabas por segundo. No logro decir nada, cuando la puerta se cierra violentamente en mis narices. Todo vuelve a ser completamente silencioso, congelado, estático, lejano, abstracto, oscuro, solitario, vacío. Me dirijo hacia el segundo cubo, levanto la arena con mis pies, y no puedo dejar de pensar en lo absurdo que es el desierto helado. Me siento en el suelo con la espalda apoyada en la arena, y ruego al cielo que la temperatura no siga bajando, aunque sé que es poco probable, mi mente está preparada para lo peor. El reloj marca las 11:22. Las luces de un carro provienen de la curva donde desapareció el autobús. Trato de pensar que no viene para acá, que va a seguir de largo, deseando en cambio que venga aquí, que allí dentro venga la persona a la que debo encontrar. El carro se acerca lentamente, ilumina a su paso con sus tenues luces delanteras la triste vegetación de la cual resaltan sólo los dignos cactus. Gigantes, erguidos, magníficos, humanos. El carro entra por la carretera destapada que hace unas horas atravesé caminando. Está claro que este es su destino, y sea quien sea, le rogaré dejarme entrar. El carro continúa acercándose iluminando todo, incluidas unas piedras que con la luz brillan azules. La luz ciega mi vista. Me veo sentado frente a la puerta iluminado por el carro, pequeño, ínfimo, enfermizo. Yo en cambio no logro divisar la persona que conduce. El motor se apaga y al mismo tiempo las luces. Escucho la potente respiración del conductor y me parece escuchar también los latidos de su corazón, su sangre pulsar hasta cada una de sus uñas. Abre la puerta, se baja, es un hombre alto, erguido, como uno de los cactus. Me levanto con toda la velocidad que puedo procurar, me arreglo la camisa y me seco los mocos. Saludo con un tímido y tembloroso “buenas noches”. Buenas noches, recibo de vuelta. Entremos, me dice el hombre. En la oscuridad no logro ver su cara, la luna se ha ocultado detrás de unas nubes, y está ya demasiada alta como para iluminar los detalles de un rostro. El sujeto que es unos 20 centímetros más alto que yo, saca las llaves del bolsillo, y se dispone a abrir la puerta. Mientras yo me encuentro embaucado completamente por un olor que mezcla tabaco, vainilla y cáscaras de naranja al halo masculino y fuerte que emana. La puerta se abre, todo está oscuro. Entramos. Oigo los pasos del sujeto alejarse, enciende la luz. Y logro verlo, por primera vez. Trataré de describirlo sabiendo de antemano que fallaré en mi intento. Sus zapatos son negros de suela firme, gruesa. Lleva un par de jeans oscuros. Una chaqueta que le cubre los muslos, verde oscura. Guantes de lana negros. Un gorro le cubre el cabello que sale tímidamente de los extremos, completamente blanco. Su rostro era de otro mundo, ojos achinados y verdes, o azules o grises. Nariz fileña. Labios delineados, húmedos, rosados. Tez morena. Sonrisa cálida. Un rostro familiar pero que al mismo tiempo no se podía asociar a ninguna “raza”.  La edad indescifrable.  Era un hombre aunque parte de sus facciones parecían femeninas. Quizá era una mujer. No lo sé. Lo primero que llamó mi atención fue intentar descubrir al sujeto, aunque señores, eso era lo menos extraño de toda la situación. El cubo, o la casa en forma de cubo, o el bunker sin ventanas y una sola puerta, se iluminó por completo cuando el sujeto encendió la luz, pero me tomó algunos segundos, o minutos, no sé cuánto tiempo ha transcurrido, para darme cuenta que mi alrededor mutaba constantemente, de playas de arena negra a grandes extensiones de hielo, al desierto de tierra roja, todos lugares sin embargo al aire libre, abiertos y sin rastro humano, y era casi la misma hora para todos, no sé bien si el atardecer o el amanecer, pero el cielo estaba pintado de líneas radioactivas amarillas, naranjas, fucsias, azules y la luz impregnava mi rostro y mis manos con una luz oblicua. Todos los escenarios eran casi paradisíacos, el edén en todas sus presentaciones, los árboles de cuerpos violetas se derretían y se convertían en rocas gigantes o en arena amarilla, el horizonte dejaba de ser agua para convertirse en dunas o un musgo infinito. El sujeto permanecía inmóvil en un mismo sitio, mientras sonreía al observar mi reacción atónita imagino. Una banal conversación se dio entre nosotros, talmente banal que repetirla sería estúpido, ya podrán imaginarla, yo pregunto dónde estoy, qué es esto, quién eres, y él responde en modo enigmático. A estas preguntas no obtuve una respuesta satisfactoria. En un momento el sujeto, se aleja, da la vuelta y camina hacia atrás, en ese momento el entorno era un bosque de árboles altísimos, alcanza la rama de una especie de pino sin hojas, y cuando la tira hacia sí, tratando de arrancarla se convierte en una tetera que pone en el fuego de una cocina, y nos encontramos entonces en una cocina, un único ambiente de una casa de paredes de barro pintadas de cal, una sala con un sofá de cuero, una puerta entreabierta que va a un pequeño baño con letrina, dos camas solitarias cubiertas con edredones de lana colorada tejido a mano, y una pantalla larga y ancha como una pared con radares y puntos brillantes azules, rojos, amarillos y verdes. “Entonces, cuáles son las condiciones ambientales del planeta en cuestión?”

Domingo por la tarde

No sé si será el antiguo ambiente familiar que se respira en el aire dominical, o el casi olvidado rito solemne católico que invita a misa y al descanso en el séptimo día, o la consciencia de que mañana es lunes y reinicia el trabajo, lo que hace del domingo un día cargado de melancolía. Las calles vacías y silenciosas, abuelos y niños en la plaza, ropa tendida en los balcones. Un viento suave que entra por la ventana y se va silencioso después de recorrer toda la casa. La guitarra que no se deja afinar. Perfume de mujer adulta que recuerda su juventud. Hombres ancianos en compañía. En fin, las caras de la gente hoy se me hacen lejanas y se descomponen en adjetivos lúgubres al pasar, las campanas de San Lorenzo suenan tan tristes que casi puedo sentir su olor a hierro milenario desde aquí. Pienso en los amigos y en los amores, y en los verdaderos amigos y amores, hoy los desconozco todos, y de la marea de gente que mi mente ha codificado con el paso de los años sólo unos cuantos rostros permanecen inmóviles ante la verdad. Siento la soledad en la carne, en el cuerpo, y deja de ser un estado mental o del alma (?) para convertirse en un ente físico, un bloque de cemento pesado dormido en el medio de mi sala medieval. Facebook se desliza hacia el pasado. Los platos aún están por lavar, y aún así bajo y recorro las calles del centro buscando un lugar donde hallarme en esta tarde de domingo, se me ocurre ir al McDonalds, extraño lugar pensarán ustedes de esta trágica escritora solitaria, sobre todo para una que vive en uno de los lugares con mejor tradición culinaria del mundo, extraño es efectivamente ir a meterse en un lugar aséptico y artificial como el McDonalds, frío, lejano, con olor a plástico frito, y mientras lo describo y más imágenes me vienen para enriquecer el cuento y justificar mi estancia en susodicho lugar, más me convenzo de que es el lugar perfecto para el spleen del siglo xxi. Allí se reúnen los personajes más absurdos, más insignificantes e inocuos y por tanto extravagantes. La satanización de la que ha sido víctima la famosa cadena de comidas rápidas en los últimos tiempos y su descenso de “lugar de encuentro familiar” a “bassissimi prezzi”, lo han convertido en un lugar odiado y evitado por los intelectuales y gente de bien que conozco, o mejor dicho por la gran mayoría de mis amistades, gente de razón, gente culta, gente que prefiere comer las papas y los tomates de su huerta que cualquier cosa proveniente de las cestas transgénicas de Ronald McDonald. Ha de ser por esto, que entrando al McDonalds siento que me ensucio de mundo real. Los bares bukowskianos se los dejo a los cantautores y a los poetas. Encuentro un banco solitario que da contra una pared, y como mi intuición lo presentía en cuestión de segundos personajes tan diversos como extraños empezaron a pasar con sus bandejas, la mujer de 60 con vestido negro de escote y pelo desteñido, el hombre anciano con peluca negra al estilo Nino Bravo, los novios japoneses con barros juveniles en las frentes, lentes de aumento y camisetas con nombres de universidades gringas. Termino mi merienda y salgo, igual de desubicada pero con algunas palabras en la cabeza, ninguna historia. Por la calle se mueven las sombras de aquellos que en la playa disfrutan de los últimos días de verano.

Volo

Non posso fare altro che volerli bene. Li osservo dall’inizio. Il giapponese della maglia rosa, il senegalese degli occhi buoni, la signora nera con la parruca che mi chiede dov’è l’aereo, la coppia vecchia con il neonato, la mamma francese con il figlio adolescente, la ragazza nera con la bambina più bella che abbia mai visto. La giovane famiglia eritrea con i due bimbi piccoli, e tutti con gli occhi buoni. Il ragazzo con la fidanzata più grassa di lui, l’italiano con gli occhiali da sole, il signore bianco con la sciarpa e l’aria bohemia, il ragazzo con le cuffie, le eleganti dame dell’equipaggio, il padre che spiega tutto al figlio di sei anni, l’uomo degli occhiali e l’anello con pietra nera nel mignolo. Il signore pelato con le scarpe da ginnastica, il ragazzo del naso fino che sfoglia un telefonino con lo schermo rotto, il capitano che parla francese, la ragazza con la sciarpa a quadri che guarda dalla finestra, la vecchia che cerca di dormire. La ragazza mora che scrive nel suo quaderno rosso, l’uomo con la maglia a fiori che sfoglia il catalogo delle vendite on board, il tipo della cravatta grigia e rosa, la donna semigiovane – semivecchia con i capelli corti, il signore di calvizie appena iniziata che legge qualcosa sull’ipad, quello col colletto bianco, quella degli occhi chiusi, la anziana dei capelli viola. In fine, come non volerli bene.

Invisible

En el centro comercial del norte más norte, se dan cita elegantes damas de la burguesía de antaño, con los rostros estirados y los cuellos colmados de joyas para disimular las arrugas. Se encuentran también los jóvenes emprendedores con sus portátiles mac, sus zapatos de cuero y sus relojes pesados y llamativos. Están sentadas hablando por sus teléfonos inteligentes, coquetas señoras y señoritas, vestidas acordes a la última moda, siguiendo las tendencias más vanguardistas de la revista Cosmopolitan o Vogue. Sus peinados perfectos y su maquillaje bien definido, las distingue de cualquier otra mujer más “casual” o “común”, ellas independientemente de si son empresarias, ejecutivas exitosas, madres o felices mantenidas, deben mantener a todo dar el estilo impecable. Las pieles morenas mestizas son minoría, sin hablar de la piel más oscura que prácticamente no se asoma a estos lugares, a menos que, por supuesto, se trate de un noir a dépassé o como se dice vulgarmente “un negro superado”. No faltan los hipsters, no los describo de más para no darles más atención de la que reclaman.

Un joven, que llegará apenas a los 20 o 22 años, se mueve casi como flotando entre las mesas del café. Es pequeño, delgado, de piel trigueña, pudo haber sido ingeniero, o doctor, o investigador, cualquier cosa, su cara de nerd delata su esencia. Digo pudo, porque ya no lo fue. Su destino se concentra ahora entre traperos, escobas y baldes. Es un servidor de las clases altas. Observa de reojo a cada una de las personas sentadas en las mesas, escucha parte de sus conversaciones, se fija en sus modos, haciendo un análisis profundo de cada uno, quizá deseando ser uno de ellos, o quizá criticando sus vidas, o quizá simplemente les sirve, aceptando su destino sin reproches. A él nadie lo mira, nadie lo oye, nadie le sonríe, es un invisible.

Nuevo Paradigma de las Relaciones Interpersonales

Qué tal si nos vemos ahora?

Si nos vemos. Ahora.

Vernos. No otro día. Ahora.

Perdón por la insistencia,

pero con los nuevos medios y las redes sociales

muchas acciones se han tergiversado.

Encontrase. Verse. Abrazarse. Hablarse.

Entenderse. Olerse. Acompañarse. Besarse.

Todo en reflexivo.

– Ahora no puedo, pero hablamos otro día.

Hablamos?

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Luego me la encuentro por la calle.

Sin filtro.

Sabiendo lo que hizo el viernes pasado y con quién.

Sabiendo lo que piensa sobre Santos y sobre el nuevo Batman.

Y que le gusta Bomba Estereo. Y que defiende el medio ambiente.

La recuerdo por su nickname.

@NinaPacific

No es posible que se llame Inés Fontalvo.

Y que no sea tan bella como en las fotos.

También es menos cool.

Probablemente yo también.

– Hola! Nos vemos! Hablamos por FB!

Te estoy viendo y estamos… hablando(?)

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Hola! Qué haces?

Nada :/

Qué tal si nos vemos ahora?

Vernos? Ahora? 

αξιωμα

10:16 de la noche, me siento frente al computador, enciendo un tabaco. Soy Ernesto, tengo 36 años y me dedico a hacer guiones para películas y lo hago bien, el sistema me lo ha permitido y no me da vergüenza usar la fórmula, si ella me permite sobrevivir. Adaptación supongo. Suelo trabajar a esta hora como muchos de mis colegas. Quizá porque la noche despierta a las musas, quizá porque la oscuridad me eleva, o de pronto será el poder mágico de la luna, o simplemente porque me gusta el silencio.

Entonces, frente a la pantalla en blanco y con una vaga idea dando vueltas por la cabeza, me dispongo a escribir algo. Hoy me cuesta más que de costumbre, ya han pasado 20 minutos y no he logrado escribir ni la primera letra de la primera sílaba de la primera palabra de la primera frase. Una historia, me dijeron en la universidad, me sé la carreta de memoria. Puedo ver a todos mis profesores aquí en mi sala recordándome cómo se escribe un guión. Una historia que alguien vive, que alguien cuenta, que alguien conoce. Alguien. ¿Quién? Un personaje. No una persona… un personaje. Una representación de todas las realidades posibles del infinito espectro de realidades paralelas que la teoría de las cuerdas propone. Básicamente una representación de nosotros mismos, pero para ser honesto yo no conozco el “nosotros”, me conozco a mí, y de allí deduzco todo lo demás. Entonces estamos hablando de una representación de mi mismo. Pero no estamos hablando de mi persona, hablamos de un personaje, de una conciencia propia que habita en un mundo ficticio.

¿Por qué digo todo esto? Debo escribir un guión, cierto. Un ejercicio complejo pensándolo bien, admitiendo una vez más que hay fórmulas comprobadas que simplifican el proceso y que además han resultado ser bastante lucrativas, dejando a un lado cualquier romanticismo. Sin embargo, hoy personalmente me siento frustrado. Porque en teoría, debo poner en letras imágenes mentales que más tarde se convertirán en imágenes en movimiento proyectadas sobre una pantalla, que algún alma solitaria verá un martes por la noche queriendo abstraerse un momento de su vida, sufriendo y disfrutando con el drama de alguien más. Claro para esto, una persona real deberá antes olvidarse de sí misma para dar vida a ese personaje que debo construir a partir de mi experiencia personal, y que además deberá ser creíble, por tanto debo depositar en él todo cuanto en mi saber exista sobre los seres humanos y las relaciones entre ellos y las situaciones que atraviesan, y las leyes de la física, y la economía mundial, y las miles de problemáticas que un humano pueda enfrentar, incluida una invasión extraterrestre, entre millones y millones de otras variantes posibles. Es decir soy el Cuentacuentos, el creador de la historia, del universo y de la historia del universo, ergo soy dios.

Y ya sé lo que están pensando, pero no, no es que me emocione ser dios, en realidad sentado aquí frente al computador, con estas ojeras ormai de años y luego de haberme fumado el quinto tabaco en media hora, créanme que lo último que siento es que soy dios. Si fuera dios me saltaría todos estos pasos, descargaría directamente de mi cerebro todas las imágenes, las editaría –cosa que no hago en el cerebro porque amo editar, pero bueno un dios normal, sacaría la película ya hecha de su cabeza- y proyectaría mi historia a aquella pobre alma solitaria que va al cine el martes por la noche. Pero resulta que no soy dios, y que en cambio debo escribir un guión. Lo que me hace caer en cuenta de un principio básico del humano, toda realidad es una construcción lingüística. A partir de un alfabeto establecemos estructuras que unen átomos de verdad, pensamientos que se convierten en proposiciones que terminan finalmente constituyendo el mundo. También el mundo de mi personaje. En el principio ya existía el verbo y el verbo estaba con dios, dice Juan. Y aquí estoy, con todo a disposición para crear a mi imagen y semejanza, una conciencia, una trama, un universo.

Sin embargo, por algo hago escribo películas y no literatura. Y es porque estoy harto del lenguaje y las palabras, y del trabajo que supone el poner mis pensamientos en palabras. ¿Por qué? Porque no son suficientes las palabras y creo que de esto ya se habrán dado cuenta. De un tiempo para acá, ciertas palabras me son esquivas e incluso llego a sentir cierto malestar de sólo referirme a ciertas sensaciones y conocimientos a través de ellas. ¿Qué soy? ¿Un alma? ¿Un cuerpo? ¿Un espíritu? ¿Ernesto? Puede acaso alguna de estas palabras describir-me o describir-te o describir-nos. No sé ni siquiera qué imagen me viene a la mente cuando pronuncio en voz alta la palabra mal o la palabra bien. Ninguna en absoluto. Pero cierto! Recuerdo la cara de mi profesor de sexto semestre diciendo fuerte y claro y con los ojos muy abiertos: Ac-cio-nes. Y ahora me imagino al loco del tratado lógico filosófico diciendo: El mundo es la totalidad de los hechos, no de las cosas. Hechos. Recordé mágicamente porqué amo la música y recordé también porqué amo la psicodelia. Sensaciones que vienen de otras dimensiones, viajes espacio-temporales, desdoblamiento, luces, laberintos que llevan a lugares inimaginados, todo sin una letra de por medio ¿Demasiado hippie?

La sensación es certera. Las imágenes de mi mente son las verdaderas. Estamos llenos de claves que lo explican todo. Me enojo al darme cuenta que aquello único y cierto en lo que creo, algún tipo de esencia, luz, camino, conocimiento primario sobre la vida y el universo, se descompone cada vez que intento hacerlo lógico, al hacerlo lenguaje pierde su fuerza. Como estar extremadamente feliz –creo que esta es la palabra más aburrida de todas- con alguien y arruinarlo todo con un te amo, sufriendo la angustia que significa reducir todo a tan maltratada oración que no basta para describir semejante cúmulo de mini bigbangs internos simultáneos. Y así hacemos con todo. Yo creo que Juan se equivocó, díganme hippi pero en el principio todo era música y colores brillantes que jugaban a hacer formas en el vasto espacio, luego llegaron los occidentales con sus lógicas y sus religiones y sus políticas, y nuestra conexión primaria con lo etéreo sencillamente se extravió entre tantos jeroglíficos, que al final sólo nos alejaron de la verdad.

De la verdad etérea, pasamos a la lógica de los signos, de los símbolos, que no es más que el enigma. Ahora se me viene a la mente un pensamiento muy retorcido: venimos al mundo a crear el misterio y a perseguirlo hasta la muerte. Y luego nos veo a nosotros occidentales desesperados tomando brebajes, fumando, inyectando e inhalando sustancias, haciendo cursos de meditación en la India en busca de ello. Creo que por esto hago películas; aunque no sea dios y me toque escribir páginas y páginas de imágenes mentales que debo representar con acciones, que luego serán interpretadas por actores, mientras un productor jode la vida por algo, el director sufre de crisis existencial, y un noctámbulo edita horas y horas de imágenes, hago todo esto sin otro objetivo que aliviar las penas de aquél pobre solitario que va al cine los martes por la noche para sumergirse en el placer de abstraerse de la propia realidad, sin tanta palabrería, sin tanto misterio. El cine es sólo un haz de luz capaz de contener un universo completo.

Pero quisiera despedirme de ustedes con dos mensajes rápidos:

  1. Destruir el lenguaje. Sí, eso quisiera. Y con él destruir el mundo, el universo, dios, mi ego, tu iglesia y tu partido político. Quisiera vivir el mundo y la existencia sin palabras.
  1. Recuerdan eso que dije antes que no me gusta ser dios? Pues mentí. Soy dios.